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PalumboUn percorso costruito sul campo, coniugando visione strategica e capacità di anticipare l’evoluzione delle organizzazioni. Dalla scelta di Ingegneria Gestionale al Politecnico di Bari fino alla responsabilità di una struttura che integra Budgeting, controllo dei costi HR e Analytics, la carriera di Alessia Palumbo dimostra come alcuni percorsi si definiscano progressivamente, seguendo e anticipando le trasformazioni delle organizzazioni. Originaria della Puglia, dopo diverse esperienze tra Milano e contesti multinazionali, Alessia ha scelto di rientrare al Sud, a Bari, per mettere le competenze maturate al servizio del territorio, assumendo oggi il ruolo di Responsabile HR Budgeting e Analytics in Acquedotto Pugliese. La sua è una storia che intreccia ambizione, spirito pionieristico e forte radicamento valoriale. Un percorso che evidenzia come determinazione, metodo e capacità di mettersi in gioco possano trasformare ogni opportunità in un tassello di crescita.

 

Come è iniziato il tuo percorso professionale? Ti aspettavi di lavorare nel mondo delle Risorse Umane?

Il mio ingresso nel mondo del lavoro è avvenuto quasi per caso. Ero ad un passo dalla laurea, dovevo sostenere un solo ultimo esame, quando ho accettato uno stage a Milano come consulente HR, con il compito di fare da collegamento tra le esigenze dei clienti e l’implementazione tecnica dei sistemi gestionali delle risorse umane. Non avevo mai immaginato, fino ad allora, di lavorare in quest’ambito: il mio percorso accademico era orientato all’energia, all’economia circolare, alle fonti rinnovabili.

Eppure, quella che sembrava una deviazione si è rivelata un’opportunità. Dopo pochi mesi sono stata contattata, complice Almalaurea, dall’azienda multinazionale che oggi si chiama WeBuild S.p.A., nell’ambito del progetto “100 giovani ingegneri”, che ebbe all’epoca anche grossa risonanza mediatica. Tra oltre cento assunti neolaureati, eravamo soltanto due ingegneri gestionali. Sono entrata così nel mondo HR da una prospettva diversa: il controllo dei costi applicato alle risorse umane.

All’epoca, in Italia, erano pochissime le aziende che prevedevano questo ruolo. Il controllo del costo del lavoro era generalmente gestito dalla struttura del CFO, e ad oggi è tutt’ora così in molte realtà del Sud Italia. Ho avuto quindi la possibilità di contribuire alla creazione di una unità organizzativa dedicata, crescendo insieme alla funzione stessa. È stato un percorso di quattro anni e mezzo molto intenso, in cui ho unito la passione per l’ingegneria, il project control e l’analisi dei dati con la gestione della forza lavoro su scala internazionale.

Qual è stata l’evoluzione del tuo ruolo e quali competenze ti hanno permesso di crescere?

Nel tempo il mio ambito di responsabilità si è ampliato: dal controllo del costo del lavoro per le sedi italiane sono passata alla pianificazione dell’intera popolazione aziendale, con un orizzonte strategico di tre-cinque anni. Analizzavamo i piani industriali, i rischi di mercato, l’evoluzione delle competenze necessarie per progetti che spaziavano da progetti infrastrutturali in Europa a grandi opere idrauliche in Africa, sino a progetti edili in Medio Oriente, come ad esempio lo stadio per le Olimpiadi in Qatar.

Successivamente mi sono occupata anche dei costi indiretti legati al personale, sviluppando una visione sempre più integrata. La mia formazione da ingegnere gestionale mi ha permesso di muovermi con agilità tra bilanci, modelli organizzattivi, sistemi informativi e project management.


Nel 2019 sono passata nella capogruppo di Assicurazioni Generali, nel mondo della People Analytics, ambito che pian piano prendeva piede anche in Italia. Qui ho guidato un team impegnato nell’integrazione dei sistemi HR di circa 50 Paesi, approfondendo tematiche come modelli predittivi e machine learning grazie ad un percorso formativo in Data Science, applicandoli poi alla gestione del capitale umano. È stato il passaggio che mi ha consentito di unire la componente di analisi dei dati a quella della pianificazione e controllo del costo del lavoro, rafforzando una competenza sempre più strategica.

Proprio per questo, trovare anni dopo al Sud una realtà come Acquedotto Pugliese, che ha aperto la strada introducendo questa specificità, è stato per me la chiusura di un cerchio.

Nel 2021 hai scelto di rientrare in Puglia. Cosa ha guidato questa decisione?

Il periodo del Covid ha rappresentato per me un momento di profonda riflessione. Mi sono ritrovata per mesi al Sud, lontana da Milano e dal ritmo frenetico a cui ero abituata. Ho rimesso in discussione la mia scala valoriale: la carriera e l’aspetto economico legato ad essa sono rimasti importanti, ma non più prioritari rispetto alla qualità della vita e alla vicinanza agli affetti.

Il cambiamento non è stato immediato, date le dinamiche di un mercato del lavoro del Sud che offriva meno sbocchi per il mio profilo. In questo contesto, Acquedotto Pugliese ha fatto da pioniere, cercava una figura professionale simile alla mia; è stato allora che ho deciso di mettermi in gioco e cogliere al volo questa opportunità. Ho partecipato alla selezione e sono risultata prima idonea vincitrice, e da Ottobre 2021 sono rientrata a Bari nel ruolo di responsabile della struttura che integra budgeting, controllo costi HR e analytics.

Le esperienze maturate a Milano mi hanno permesso di sviluppare competenze trasversali — dal controllo dei costi al workforce planning, fino agli analytics e alla data science. Queste mi hanno consentito di essere competitiva in un contesto dove l’offerta è limitata e la selezione è alta. Non è stata fortuna, ma un percorso costruito nel tempo. Tornare è possibile, e ad oggi tra l’altro la situazione si è anche notevolmente semplificata, ma bisogna essere pronti, investire su sé stessi e saper valorizzare ciò che si è imparato altrove. Sono contenta di essere rientrata.

Quando hai scelto Ingegneria Gestionale avevi già le idee chiare sul tuo futuro?

La scelta di Ingegneria è stata naturale: ho sempre amato il ragionamento, mi piace dire che “funziono per schemi”, e ho una forte passione per la matematica. L’unico dubbio era tra ingegneria meccanica e gestionale. Ho optato per gestionale perché mi offriva maggiore apertura: non sapevo cosa avrei fatto ‘da grande’, ma volevo costruire basi solide e quanto più trasversali. Sono sempre stata convinta, supportata dalla mia famiglia in questo, che si debba amare ciò che si fa. Ho avuto maggiori titubanze nella scelta del percorso magistrale in quanto attratta dai temi dell’Ingegneria Energetica, all’epoca non erogata dal Politecnico di Bari. Ho valutato altre possibilità altrove, ma nel frattempo sentivo che il PoliBa era diventata la mia casa e ho scelto di restare, ritagliandomi un percorso di studi che mi consentisse comunque un approfondimento sui temi dell’energia.

Non avrei poi mai pensato di lavorare in ambito HR. Dodici anni fa era un ambito prevalentemente umanistico. All’inizio mi sentivo dire: ‘che ci fa un ingegnere nelle risorse umane?’. Oggi, invece, le aziende ricercano ingegneri gestionali proprio per la capacità di integrare numeri, processi e strategia. Nel mio piccolo, l'esperienza con Acquedotto Pugliese ne è la prova: l'azienda ha dimostrato uno spirito innovativo, nel cercare una figura con questo identikit per un ambito tradizionalmente non tecnico, e io ho colto
l'occasione al volo. Ripeto che il segreto credo sia sempre quello di inseguire le proprie passioni, trovarele leve per rimanere appassionati e rimanere aperti alla contaminazione.

Essere donna in contesti tecnici e manageriali rappresenta ancora una sfida?

Credo nella meritocrazia, indipendentemente dal genere. Tuttavia, è innegabile che spesso per una donna non sia sufficiente dimostrare il 100%, serve il 110%. Nei cantieri o ai tavoli decisionali mi sono trovata talvolta unica presenza femminile. Ancor di più quando la crescita professionale ti porta a sederti ‘al tavolo dei grandi’, come lo definisco io, la prevalenza maschile è frequentissima. In quei contesti servono preparazione impeccabile, intelligenza emotiva e consapevolezza del proprio valore.

Non ho vissuto queste situazioni come un limite, ma come un richiamo alla responsabilità. Ho sempre cercato di partecipare alle riunioni preparata ‘alle virgole’, perché l’autorevolezza si costruisce anche così.
Le sfide vanno affrontate, non evitate.

Durante gli anni universitari hai vissuto attivamente la comunità del Politecnico. Quanto è importante farlo?

Per me è stato fondamentale. L’università non è solo un luogo di studio, ma un ponte verso i quarant’anni successivi. Ho partecipato attivamente alla vita associativa, fino a ricoprire ruoli di rappresentanza come senatrice accademica. Quelle esperienze mi hanno formato tanto quanto gli esami.

Continuo a seguire le vicende dell’università che mi ha formata, ne seguo la grande crescita degli ultimi anni, ogni volta che ne ho occasione passo dal Politecnico ed anche dall’auletta rappresentanti dove penso ci sia ancora una mia foto. Durante il periodo universitario si creano relazioni che durano nel tempo, amicizie solide e legami professionali che continuano ancora oggi. Parlo di colleghi ma anche docenti ed amministrativi. Vivere il Politecnico significa sentirsi parte di una comunità, contribuire al suo sviluppo e allenare capacità di leadership, confronto e responsabilità. Partecipare alla vita associativa, nello specifico, è una palestra di vita che insegna a relazionarsi anche con figure con professionalità importanti, ti insegna a sapere cogliere il momento più opportuno per intervenire o a calibrare le richieste. Strumen􀆟 relazionali
che mi sono stati utilissimi nella vita professionale.

E la tua opinione sui percorsi Erasmus+?

Lo dico esplicitamente: l’Erasmus non è una vacanza, ma un’occasione per mettersi in discussione. Io ho scelto la Scozia per uscire dalla mia zona di comfort, per migliorare l’inglese e vivere un vero “shock” culturale. Se affrontato con questo spirito, è un investimento enorme sul proprio carattere e sulla propria professionalità. Le esperienze che ci destabilizzano sono spesso quelle che ci fanno crescere di più e col senno di poi avrei optato per una esperienza Erasmus anche alla triennale.

Che consiglio daresti agli studenti che oggi iniziano il loro percorso?

Ai giovani dico di seguire ciò che li appassiona e di aggiungere sempre “mattoncini” al proprio percorso, ampliando la cassetta degli attrezzi da utilizzare nella vita personale e professionale. Non aspettate disentirvi pronti al 100% prima di accettare una sfida: quel momento non arriverà mai. Un leggero disequilibrio è spesso il segnale che state crescendo. L’errore più grande è tirarsi indietro per paura di non essere all’altezza. Mettersi in discussione è l’unico modo per evolvere davvero.

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